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    Macellazione rituale: è il momento di abolirla

    La macellazione senza stordimento è una pratica brutale, che non può essere giustificata in nessun caso, nemmeno per tutelare rituali religiosi.

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    È un pomeriggio di inizio gennaio e una tranquilla borgata della provincia romana viene risvegliata da strazianti urla di dolore. È in corso un efferato delitto —pensano i residenti di Lavinio — e così le forze dell’ordine vengono allertate all’istante.

    Giunti sul posto, gli agenti della polizia locale si trovano davanti a una scena raccapricciante: un grosso maiale giace senza vita su un banco da macellaio improvvisato, a terra una pozza di sangue ormai raggrumato.

    Viene chiesto il supporto della ASL, che invia i propri veterinari. Questi ultimi verificano che la carcassa non ha un foro di entrata e uscita del proiettile e che quindi non è stata adoperata la pistola a proiettile captivo, prevista dalla legge come metodo di stordimento, affinché l’animale sia privo di coscienza al momento in cui si procede al dissanguamento e gli possano così essere evitate inutili sofferenze. 

    Cinque persone vengono denunciate a piede libero per macellazione abusiva, una contravvenzione prevista dall’art. 6  del D. Lgs. 193/2007, punita con la pena dell’arresto da sei mesi a un anno o l’ammenda fino a 150.000 euro «in relazione alla gravità dell’attività posta in essere».

    Questa vicenda solleva numerose riflessioni. Sul piano giuridico, innanzitutto, va osservato che l’ipotesi di reato individuata dal personale di p.g. operante non è certo l’unica applicabile al caso in esame. Alla vicenda in commento sono applicabili, difatti, anche le disposizioni del D. Lgs.  131/2013, che puniscono le infrazioni al Regolamento (CE) 1099/2009, relativo quest’ultimo alla protezione degli animali durante l’abbattimento, che prevede l’obbligo di preventivo stordimento.

    La norma che punisce la macellazione abusiva, difatti, è inserita all’intero del provvedimento con il quale è stata adottata la Direttiva 2004/4/CE relativa ai controlli in materia di sicurezza alimentare: presidiando il bene giuridico della sicurezza alimentare, essa quindi si pone esclusivamente nell’ottica della tutela del consumatore e non sanziona il mancato stordimento. Sul versante applicativo, inoltre, non vi è dubbio che la sanzione massima di 150.000 euro sia prevista non per un singolo caso di macellazione domestica clandestina, quanto per le vicende più gravi, in cui siano scoperti veri e propri macelli abusivi.

    Quanto alle norme che tutelano direttamente il benessere animale, l’art. 4 del succitato D.Lgs. 131/2013 prevede, in caso di violazione delle prescrizioni sullo stordimento, una pena pecuniaria da 2.000 a 6.000 euro. La norma non si applica alle macellazioni rituali — che già godono di una specifica deroga all’interno del regolamento — sempre che avvengano all’interno di strutture appositamente autorizzate.

    Ma non soltanto: a parere di chi scrive, in casi simili è pienamente invocabile anche la sanzione penale, segnatamente il reato di maltrattamento di animali di cui all’art. 544-ter c.p. che punisce con la pena della reclusione da tre mesi a diciotto mesi o con la multa da 5.000 euro a 30.000 euro «chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona una lesione ad un animale»; qualora sopraggiunta la morte dell’animale, come avvenuto a Lavinio, la pena è aggravata fino alla metà.

    Ciò posto, altre considerazioni sgorgano impetuose nella mente. 

    Innanzitutto, non può tacersi che sebbene la macellazione clandestina sia illegale, in tutta Italia nelle aree rurali la macellazione domestica del maiale era (ed è tuttora) una prassi seguita, anche dimenticandosi della necessaria specifica autorizzazione delle autorità sanitarie. La macellazione diventa quindi clandestina e — spesso e volentieri — non viene nemmeno eseguito lo stordimento.

    La “festa del maiale” è un vero rituale contadino sedimentato per millenaria tradizione, un momento di gaudio praticato ad ogni latitudine, perché consentiva di godere per tutto l’anno di insaccati e altre risorse (il sangue per il sanguinaccio, le setole per le spazzole e così via): d’altronde, il detto vuole che “del maiale non si butta nulla”.

    Il lato certamente più triste, secondo i canoni moderni, è che la morte — per dissanguamento, come è ancora oggi nei macelli industriali — non veniva preceduta da alcuna forma di stordimento. In proposito, il web abbonda di eloquenti descrizioni contemporanee, come questa:

    Quando tutti sono pronti, l’addetto all’uccisione si reca nella stalla e, mediante un uncino, (ru ngiojne), aggancia il maiale sotto il muso […]; gli uomini, tra spinte e stridii, gli prendono le zampe, la coda e le orecchie, e lo depongono su un capiente tino di legno capovolto denominato secchiàune. L’incaricato impugna ru scannatìure, (coltello lungo e affilato), e procede alla sgozzatura con un colpo preciso alla giugulare. L’attenzione degli uomini è quella di tenere fermo il maiale durante l’agonia, mentre una donna, anche se ciò avviene sempre più raramente, cerca di recuperare il sangue, usato per preparare sanguinacci dolci o salati.

    Anche su YouTube è possibile assistere alla fase dell’uccisione del maiale. Vi sono alcuni filmati, assolutamente sconsigliati ai più impressionabili, nei quali è visibile la sequenza del taglio della carotide con un coltello affilato, senza stordimento.

    D’altronde, la conservazione della tradizione non deve stupire: il rito ancestrale prevede appositamente che i maschi debbano dimostrare il proprio valore nel tenere ben fermo il maiale durante l’agonia, unico momento nel quale l’animale potrebbe rovinare la festa.

    A chiunque sia rimasto estraneo a queste tradizioni, l’idea bucolica della sagra di paese lascia così spazio all’immagine della tortura, che non può certo essere difesa semplicemente perché «s’è sempre fatto così».

    Allo stesso modo, mi permetto di osservare che anche la macellazione rituale dovrebbe suscitare il medesimo ribrezzo, a prescindere dalla presunta naturale prevalenza della tutela dei riti religiosi sugli interessi dell’animale. Nel 2003, il Comitato nazionale di bioetica rendeva un parere nel quale ogni interesse umano veniva fatto necessariamente prevalere su ogni altra considerazione di tutela dell’animale, concludendo quindi per la conservazione delle macellazioni rituali, seppure estranee al fenomeno religioso in senso stretto.

    Una siffatta visione antropocentrica, che qualifica quello che potremmo definire come capriccio alla stregua di interesse primario risulta difficilmente conciliabile con la natura di esseri senzienti che viene riconosciuta con sempre più vigore agli animali: anche quelli destinati all’estremo supplizio per appagare il nostro palato meriterebbero di essere trattati con dignità

    Svizzera, Norvegia, Islanda, Lettonia, Svezia, Polonia e Danimarca l’hanno già fatto, abolendo la macellazione rituale.

    Avv. Alessandro Ricciutihttp://www.alessandroricciuti.it
    Avvocato, attivista, presidente e co-fondatore dell'associazione Animal Law Italia. Dal 2012 si occupa dei diritti degli animali, collaborando con diverse associazioni e offrendo assistenza legale ai privati. Maggiori informazioni.
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