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    L’inquinamento atmosferico sopra di me, l’assenza di morale intorno a me

    Gli studiosi affermano che solo riducendo drasticamente la quantità di animali allevati in tutto il mondo si potrà invertire la rotta dei cambiamenti climatici.

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    di Margherita Pittalis Professore di Diritto privato dell'Università Alma Mater di Bologna e avvocato del foro di Bologna.

    di Daniele Pini

    Laureato in Economia, Daniele Pini è Dirigente d’azienda e attivo sostenitore di alcune organizzazioni per la protezione animale.


    Due cose riempiono il mio animo di preoccupazione e angoscia nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: l’inquinamento atmosferico sopra di me e l’assenza di morale intorno a me.

    Queste due cose, parafrasando il grande filosofo tedesco, «io non ho bisogno di cercarle e supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza».1I. Kant, Critica della ragion pratica, 1788.

    Nell’ultimo decennio la concentrazione di CO2 sta crescendo a un ritmo triplo rispetto agli anni ’50-60 del secolo scorso.

    Dall’inizio della rivoluzione industriale a oggi, la combustione di quantità crescenti di carbone, petrolio e gas, insieme alla distruzione di foreste e di interi habitat, ha causato l’accumulo crescente nell’atmosfera di anidride carbonica (CO2) e altri gas nocivi, quali il metano e il biossido di azoto. Ne è risultata una alterazione della fisica e della chimica dell’atmosfera, che ha portato al riscaldamento globale e al caos climatico che pensiamo di aver già di fronte ma che, a detta della maggioranza degli scienziati, rivelerà la sua magnitudo tra qualche decade. La concentrazione di CO2 è cresciuta nell’ultimo decennio di 2,5 ppm (parti per milione) ogni anno, un tasso di crescita di oltre il triplo rispetto agli anni ’50-60 del secolo scorso2Fonte: ENEA.

    Fonte: Boden, T.A., Marland, G., and Andres, R.J. (2017). Global, Regional, and National Fossil-Fuel CO2Emissions. Carbon Dioxide Information Analysis Center, Oak Ridge National Laboratory, U.S. Department of Energy, Oak Ridge, Tenn., U.S.A. doi 10.3334/CDIAC/00001_V2017.

    L’inquinamento atmosferico, oltre ad essere una concreta e determinante causa di cambiamenti climatici, peraltro inarrestabili (effetto albedo), è già oggi fonte di milioni di morti premature. L’organizzazione mondiale della sanità stima infatti che ogni anno circa 8 milioni di decessi siano attribuibili all’inquinamento atmosferico. L’Agenzia europea dell’Ambiente (AEA) ha stimato che in Italia le morti premature da esposizione a polveri sottili (PM10 e PM2.5), biossido di azoto (NO2) e ozono (O3) superino quota 80.000 ogni anno.

    Un recente studio italiano ha confermato una correlazione tra i superamenti dei limiti di PM10 in alcune città con il numero di ricoveri da COVID-19.

    Già dal 2003 diversi studi ecologici hanno inoltre evidenziato come nelle regioni a maggiore inquinamento la mortalità per SARS, quindi derivante da un virus simile a COVID-19, fosse più elevata. Un recente studio, presentato dall’Università di Bologna3Position Paper sulla “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione“, realizzato da alcuni esperti delle Università di Bologna, Bari, Trieste, Milano e della Società italiana di medicina ambientale, 2020., ha confermato una correlazione tra i superamenti dei limiti di PM10 in alcune città con il numero di ricoveri da COVID-19.

    È bene qui ricordare che l’inquinamento atmosferico ha diverse fonti, per lo più antropiche, e non sono esclusivamente riconducibili ai combustibili fossili.

    Il Worldwatch Institute ha messo in evidenza che il bestiame è responsabile del 51% delle emissioni globali.

    Il “global warming” è spesso associato visivamente a ciminiere fumanti, strade trafficate e orsi polari in equilibrio su precarie lastre di ghiaccio. È poco noto invece che gli allevamenti intensivi e gli animali allevati, più o meno vicino alle nostre dimore, sono fonte primaria di inquinamento atmosferico.

    Uno studio pubblicato dal Worldwatch Institute4R. Goodland and J. Anhan, Livestock and Climate Change – Worldwatch Institute, 2009. ha messo in evidenza che il bestiame è responsabile di oltre 33 miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra all’anno, ovvero ben il 51% delle emissioni globali! Sorprendente che gli allevamenti intensivi “contribuiscano” alle emissioni totali più di tutte le autovetture, aerei, palazzi, impianti industriali e nucleari messi insieme. Metano e protossido di azoto sono infatti il secondo e terzo gas serra più presenti nell’atmosfera e l’allevamento animale è responsabile del 37% delle emissioni antropiche di metano e del 65% delle emissioni di protossido di azoto5 J. S. Foer, We are the weather. Saving the planet begins at breakfast, 2019..

    La crescita esponenziale della produzione zootecnica (che supera i 60 miliardi di animali allevati all’anno. Ripeto: 60.000.000.000!) accompagnata dall’abbattimento su vasta scala di foreste ha provocato un drammatico aumento delle emissioni di gas serra e un altrettanto drammatica riduzione della capacità fotosintetica del nostro Pianeta. Gli studiosi affermano che solo riducendo drasticamente la quantità di animali allevati in tutto il mondo si potrà invertire la rotta dei cambiamenti climatici. Sostituire, almeno parzialmente, i prodotti di origine animale con alimenti alternativi offrirebbe un doppio vantaggio: la riduzione delle emissioni di gas serra e la liberazione di vaste aree di terra oggi coltivata per crescere foraggio per il bestiame (circa il 60% di tutta la terra coltivabile a livello mondiale è infatti sfruttata per far crescere foraggio).

    In pochi contesti il sadismo umano raggiunge toni così elevati come negli allevamenti intensivi.

    Delle due cose che riempiono il mio animo di preoccupazione e angoscia nuova e crescente l’inquinamento atmosferico è una di esse. Le gigatonnellate di gas nocivi nell’atmosfera offuscano le mie riflessioni sul cielo stellato sopra di me. L’assenza di morale si manifesta invece nel trattamento che riserviamo a specie a noi così vicine. In pochi contesti il sadismo umano raggiunge infatti toni così elevati come negli allevamenti intensivi.

    Mucca e vitello mentre si strofinano il muso, Humboldt County, California
    Foto: Backyard-Photography / iStock

    Un’emozione fondamentale è condivisa con tutti i mammiferi, il legame che si crea tra la madre e la sua prole. È proprio questo legale che dà il nome alla classe dei mammiferi (“mamma” in latino significata “seno”). Le mamme amano la loro prole a tal punto che le permettono di succhiare il nutrimento dal loro corpo, la prole (vitelli, maialini, cuccioli di cane) istintivamente cerca nutrimento e conforto nella propria mamma. Ebbene è utile descrivere il trattamento riservato alle mamme e ai loro piccoli negli allevamenti intensivi di mammiferi a noi così vicini: mucche e maiali.

    Proprio come gli umani, le mucche hanno forti istinti materni. Il legame di una madre con il suo vitello non trova tuttavia spazio nell’industria lattiero-casearia. Poco dopo la nascita, i vitelli vengono trascinati via dalla madre, senza più alcuna possibilità di rivederla, e sottoposti alla bruciatura delle corna. La madre prova immenso dolore dalla separazione e continua a muggire per chiamare il suo piccolo fino a due giorni seguenti la separazione. Una mucca è sottoposta a questo processo doloroso ogni anno della sua vita. I vitelli trascorrono la loro breve vita in estremo isolamento. I maschi in particolare vengono confinati in minuscoli box solitari senza la possibilità di effettuare alcun movimento, alimentati con una dieta a base di sostituti del latte materno e priva di ferro, perché noi desideriamo che la loro carne sia molto chiara6animalequality.it/problema/latte/.

    Scrofa in gabbia di gestazione in un allevamento suinicolo di tipo intensivo. Italia, 2018.
    Foto: Aitor Garmendia / Essere Animali

    Ancora peggiore è la vita di una scrofa gravida e della sua prole. La sua fertilità è causa del suo inferno personale. Trascorre infatti le sedici settimane della sua gravidanza confinata in una gabbia di gestazione, così piccola da non consentire alcun movimento (pensate a vivere quattro mesi confinati in un armadio). La sua densità ossea diminuisce e una perversa sofferenza è determinata dal conflitto con i propri istinti, frutto dell’evoluzione, che la porterebbero a predisporsi per l’arrivo dei cuccioli. In natura infatti la mamma avrebbe passato gran parte del tempo prima del parto a preparare il giaciglio di erba, foglie e paglia. Nella sua gabbia angusta e nell’impossibilità di muoversi si troverà invece costretta a sdraiarsi su griglie di ferro e vivere sui propri escrementi. Non sorprende che un numero significativo di scrofe da riproduzione muoia prematuramente per lo stress da isolamento.

    Nelle prime settimane di vita ai suoi piccoli viene inflitta una raffica di danni fisici: amputazione della coda e troncatura dei denti, rigorosamente senza anestesia, castratura per i maschi al fine di modificarne, a nostro beneficio, il gusto della carne. Arrivati al momento dello svezzamento circa il 10% dei maialini sono morti, quelli non cresciuti di peso a sufficienza, nonostante il plasma sanguigno secco somministratogli, subiscono la cosiddetta “battuta”, presi per le zampe posteriori vengono fatti dondolare e sbattuti per la testa su pavimenti di cemento.7La brutale pratica della “Battuta” è stata documentata in numerosi allevamenti intensivi americani ed è riportata in J. S. Foer, Eating Animals, 2009.

    Un bombardamento di antibiotici e ormoni terranno in vita i sopravvissuti fino al momento della macellazione, che per lo più avviene attraverso il taglio della gola in semi coscienza.

    I pezzi di carne sulle nostre tavole provengono da animali che, nel 99% dei casi, sono stati soggiogati, ustionati, mutilati, privati della propria prole, imbottiti di farmaci e infine sgozzati. Quelli stessi animali così brutalmente e in gran numero allevati sono inoltre, come ho descritto, fonte significativa di emissioni globali di gas climalteranti.

    Per soddisfare la nostra gola condanniamo decine di miliardi di esseri senzienti, ognuno con sensazioni ed emozioni complesse frutto dell’evoluzione, a vivere e morire in una linea di produzione industriale. Prendere una decisione morale comporta spesso una scelta tra conflitti d’interesse. In questo caso gli interessi sono il desiderio umano di un piacere del palato e l’interesse animale di voler vivere.

    Vedo tanto inquinamento sopra di me quanta assenza di morale intorno a me.

    Foto di copertina: Greg Rakozy on Unsplash

    Le opinioni espresse in questo articolo appartengono esclusivamente all'autore e non sono riferibili all’associazione.

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