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    Il paradosso della fauna selvatica ferita

    I centri di recupero sono in condizioni disperate a causa della mancanza di finanziamenti ma nessuno ne parla e sembra volersene occupare.

    Sproloqui (o no) da clausura

    Alcune riflessioni sulle origini del coronavirus, sulla gestione dell'emergenza, sul lockdown e su quella strana incoerenza degli animalisti

    L’inquinamento atmosferico sopra di me, l’assenza di morale intorno a me

    Queste due realtà riempono il mio animo di preoccupazione e angoscia nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse.

    Crisi di coppia e animali: commento a due importanti sentenze di merito

    di Margherita Pittalis Professore di Diritto privato dell'Università Alma Mater di Bologna e avvocato del foro di Bologna.

    “Unlocking The Cage”: al cinema la battaglia legale per riconoscere lo status giuridico agli animali

    Animali‬ e ‪‎umani‬ devono avere gli stessi ‪‎diritti‬? Un film-documentario porta al cinema la battaglia legale per evolvere lo status degli animali: da beni di proprietà a persone giuridiche.

    di Lisa Signorile, zoologa, naturalista, scrittrice e divulgatrice scientifica.

    La legge italiana è tale per cui ha predisposto delle strutture provinciali, i Centri di Recupero Animali Selvatici (CRAS, qui l’elenco) per occuparsi della fauna selvatica in difficoltà, veri e propri ospedali per animali.

    Il motivo è che la fauna è un bene indisponibile dello Stato e quindi è giusto che ci siano centri di cure specialistici per aiutare gli animali, così come ci sono gli ospedali per aiutare gli umani.

    Poi lo stato ha deciso di sopprimere le province e improvvisamente i CRAS si sono trovati in un buco legislativo, per cui nessuno vuole occuparsene e finanziarli. Ma la legge per cui tutta la fauna in difficoltà trovata deve essere portata obbligatoriamente ai CRAS e non in altri posti vige ancora.

    Quindi i CRAS devono prendere gli animali feriti, ma in molti casi non hanno i soldi per mantenerli, spesso a vita, come nel caso di rapaci con le ali irrimediabilmente danneggiate.

    Illustrazione di Stefano Tartarotti

    Di questa situazione schizofrenica il pubblico non è minimamente consapevole. Quindi da un lato ci sono i salvatori di leprotti che se ne stavano lì in attesa della madre e non avevano assolutamente bisogno di essere salvati, che vanno a pesare su questi CRAS traballanti che non si capisce come debbano sopravvivere. Dall’altro ci sono i cow boys del recupero, gente senza esperienza, senza qualifiche e senza licenza che si fa portare gli animali al grido di “te lo recupero io”, in qualche caso alimentando il sommerso dell’illegale, come è il caso dei falconieri, approfittando del fatto che i CRAS sono effettivamente pieni e disperati.

    Poi ci sono le persone bene intenzionate ma male informate che trovano un animale ferito, magari si informano anche sulla rete, e decidono per il fai da te. In qualche caso va bene, con i CRAS strapieni e a zero personale meglio far coccolare l’animale da un privato che se ne prenda cura 24/7 che in un CRAS dove il veterinario va una volta a settimana. In altri casi va male, perché il privato per inesperienza sbaglia e compromette per sempre la salute (o la sopravvivenza) dell’animale, fermo restando che la legge non glielo consente.

    Di questo marasma nessuno parla. Lottiamo tutti per i diritti (sacrosanti) di M49 e JJ4, ma i diritti del falco con l’ala amputata causa collisione con cavi elettrici passano sotto silenzio.

    Non sarebbe ora che il Ministero dell’Ambiente risolva questo caos?

    Foto di copertina: Ivan Halkin su iStock

    Le opinioni espresse in questo articolo appartengono esclusivamente all'autore e non sono riferibili all’associazione.

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