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    Il ruolo degli indigeni nella lotta alle pandemie

    Negli ultimi anni, il mondo si è trovato ad affrontare una sfida epidemica senza precedenti: lo scoppio e la diffusione della pandemia da COVID-19, una malattia generatasi dalla mutazione del Coronavirus dell’influenza negli animali e saltata all’uomo.

    Nella realtà, una mutazione di questo tipo non è un caso isolato. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), circa il 60% delle malattie ha subito una mutazione e un passaggio dall’animale al corpo umano (cosiddetta “zoonosi”).

    Ciò che è accaduto con proporzioni e dimensioni non equiparabili per il COVID-19 si è verificato, negli ultimi decenni, anche con la diffusione di malattie come l’HIV/AIDS o l’ebola, ma anche le encefaliti da Zika e da Nipah.

    Il recente aumento della zoonosi è direttamente proporzionale alla crescita selvaggia della industrializzazione con la conseguente distruzione dell’ambiente.

    La costruzione e l’urbanizzazione, l’eliminazione di aree verdi, il disboscamento, lo sversamento di liquidi e gas dannosi e inquinanti hanno influito negativamente sull’ambiente, alterando e modificando gli habitat naturali di diverse specie animali.

    La celerità con cui si è diffusa l’ultima pandemia è indice dello squilibrio ambientale attualmente presente.

    Il panorama internazionale sta iniziando a guardare al ruolo delle comunità indigene anche in funzione di prevenzione da uno scenario pandemico futuro.

    D’altronde, già la Piattaforma Intergovernativa delle Nazioni Unite sulla Biodiversità e l’Ecosistema (IPBES) aveva dimostrato che il cambiamento di destinazione economica di diverse terre è responsabile di oltre il 30% delle epidemie diffusesi dal 1969 ad oggi.

    Secondo le parole di David Nabarro, inviato speciale dell’OMS per la lotta alla pandemia da COVID-19, i popoli indigeni e le comunità native e aborigene, proprio per la loro visione non antropocentrica del mondo, ma dipendente dalla connessione uomo-natura, hanno da sempre preservato la biodiversità ambientale e la protezione degli habitat.

    Una politica internazionale che parta dal medesimo presupposto “natura-centrico” potrebbe ridurre in anticipo i rischi della zoonosi e, quindi, la diffusione delle epidemie. Pertanto, diventa necessario e, anzi, imperativo riconoscere la proprietà indigena della terra ed incoraggiare la restituzione delle terre alle comunità locali, anche laddove questo possa comportare un’espropriazione nei confronti di grandi aziende multinazionali.

    Incoraggiare la proprietà indigene e, quindi, il modus possidendi indigeno che non utilizza le istituzioni privatistiche, ma si fonda su una cosmovisione antropologica e sociale sarebbe, al tempo stesso, una promozione e una tutela della biodiversità.

    Al proposito, in accordo con quanto ribadito dalla FAO (UN Food and Agriculture Organization) e dalla FILAC (Fund for the Development of the Indigenous Peoples of Latin America and the Carrabean) negli scorsi mesi, è necessario arrivare al concetto di One Health come bene comune e diritto fondamentale condiviso da tutti. Solo sulla base di una definizione unificata di Salute (il One Health, appunto), vista come la condizione migliore di salute per tutto il pianeta – persone, animali, ambiente naturale, etc… – sarà possibile elaborare normative e politiche adeguate per la promozione e la protezione dei diritti di salute di tutti, a qualsiasi livello (locale, nazionale, transnazionale, etc…).

    Dunque, tutelare la salute di tutto il pianeta è il primo passo per tutelare la salute di ogni individuo.

    L’agenda delle Nazioni Unite in vista dell’UN Climate Change Conference di novembre 2021 si arricchisce, quindi, della tematica della tutela alla salute e della prevenzione delle epidemie in connessione con la restaurazione dell’equilibrio ambientale (Earth Restoration), in cui un ruolo chiave è svolto dalle comunità indigene.

    Laura Alessandra Nocera
    Dottore di Ricerca in Diritto e Scienze Umane, dal 2018 è ricercatrice Post-Doc presso il Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-Politici dell'Università degli Studi di Milano dove si occupa di Diritto Costituzionale Comparato, di Storia e Istituzioni delle Americhe e di Diritti dei Popoli Indigeni. Collabora anche con la cattedra di Diritto Costituzionale Comparato presso l'Università degli Studi di Trieste. Autrice dei libri "Diritto dei colonizzatori e diritto indigeno nella storia latino-americana" e "I popoli indigeni e la proprietà comunitaria delle terre ancestrali in America latina. Uno studio di diritto comparato" e di diversi saggi.