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    Abbattimenti: necessarie soluzioni più etiche ed efficienti

    Davvero l’abbattimento dei cinghiali è la soluzione giusta per limitarne i danni?

    L’assessore regionale del Piemonte all’Agricoltura Marco Protopapa ha prospettato l’abbattimento di circa undicimila capi, con la formazione di altro personale specializzato. Questa decisione nasce dai danni all’agricoltura causati dal cinghiale, ma anche dagli incidenti stradali che però, nonostante anni di attività venatoria, sono sempre aumentati.

    Davvero dunque, l’abbattimento di questi animali è la soluzione giusta per limitarne i danni? In passato il cinghiale era presente in gran parte del territorio italiano, ma a fine del 1500 iniziò il declino della specie a causa della persecuzione diretta da parte dell’uomo, il cui picco negativo si raggiunse negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, quando le ultime popolazioni situate sul versante adriatico scomparvero. Negli anni ’50 dello scorso secolo vi fu un incremento delle popolazioni grazie alla diminuzione della persecuzione diretta, al recupero di aree boschive e alle introduzioni da parte dell’uomo a scopo venatorio.

    I cinghiali sono animali sociali, che vivono in gruppi composti da femmine adulte e i propri piccoli. Questi gruppi sono molto stabili in quanto sono formati da femmine sorelle o cugine e non contengono mai femmine non imparentate. I maschi più anziani conducono una vita solitaria per la maggior parte dell’anno, mentre i maschi giovani che ancora non si sono accoppiati tendono a riunirsi in gruppetti. Sono animali che hanno abitudini crepuscolari e notturne, prediligendo i boschi maturi dove possono grufolare. Il cinghiale però rimane una specie non particolarmente apprezzata, soprattutto per i conflitti con l’agricoltura e la zootecnia ed è per questo che è vittima dell’attività venatoria.

    Da alcuni studi emerge però che l’abbattimento non sia una soluzione adeguata a risolvere il problema dei danni all’agricoltura, infatti è stato dimostrato che la densità del cinghiale non è influenzata da una pesante pressione venatoria, e pertanto un aumento della pressione stessa non può ridurre i danni alle coltivazioni. 


    Le conseguenze negative dell’attività venatoria 

    Secondo uno studio pubblicato nel 20151Wild boar populations up, numbers of hunters down? A review of trends and implications for Europe in tutta Europa c’è stata una crescita del numero di cinghiali tra il 1982 e il 2013. Le statistiche di caccia e il numero di cacciatori sono stati utilizzati come indicatori del numero di animali e della pressione venatoria. I ricercatori hanno evidenziato che negli ultimi decenni la popolazione di cinghiali in tutta Europa, nonostante la forte pressione venatoria è cresciuta in maniera esponenziale. Inoltre, la forma di caccia attualmente più utilizzata, la braccata con i cani da seguito, crea spesso una destrutturazione delle popolazioni, caratterizzate da elevate percentuali di individui giovani, responsabili di un sensibile aumento dei danni alle colture. Secondo il Biologo Marsan «una popolazione costituita prevalentemente da animali giovani tende a produrre maggiori danni di una naturale, indipendentemente dalla sua densità». 

    Da uno studio condotto in Toscana dal 2000 al 2010 è emerso che ad un aumento esponenziale dell’abbattimento dei cinghiali aumenta il danno alle colture, a dimostrazione della scarsa efficacia dell’attività venatoria. Occorre dunque esplorare approcci alternativi quali recinzioni elettrificate o barriere, rimozione dei rifiuti e degli odori appetibili e censimento di aree ad alto rischio. 

    Parlando invece di incidenti stradali: perché i cinghiali attraversano le strade? Può succedere che lo facciano per spostarsi dalle aree di pascolo a quelle di ricovero (probabilmente perché hanno un ambiente sezionato), ma anche perché scappano dall’attività venatoria. Da un report dell’ASL di Chieti infatti, è emerso che gli incidenti stradali aumentano nel periodo dell’attività venatoria.

    Delle soluzioni efficaci potrebbero essere: il censimento delle strade e dei tratti di esse dove avvengono in modo più frequente gli incidenti, miglioramento della cartellonistica stradale che avverta della possibilità di attraversamento di animali selvatici, sistemazione di recinzioni ai lati delle strade a maggior flusso veicolare, inserimento di catarifrangenti che rinfrangono il fascio di luce dei fari delle auto verso i margini esterni delle carreggiate in modo da bloccare o scoraggiare eventuali attraversamenti, sensibilizzazione maggiore delle persone ad una guida più attenta e moderata. E poi ricordiamo che l’impatto antropico è sempre quello maggiore, siamo noi che abbiamo distrutto e frammentato molti habitat facendo in modo che gli altri animali avessero sempre meno spazio.

    Pertanto dovremmo porci in una prospettiva più eco-centrica e meno antropocentrica.

    “Non è il cervo che attraversa la strada, ma la strada che attraversa il bosco”.


    Da ultimo, segnalo che lo scorso anno si è tenuto online un convegno sul cinghiale, dove vengono approfondite molte delle dinamiche che ho citato nell’articolo.

    Roberta Michelle Perla
    Etologa, attivista presso la LAV, facilitatrice nel rapporto umano-animale, ha collaborato con L’ASL di Pinerolo (TO) per il controllo del benessere animale negli allevamenti intensivi.