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    Dove sono le prove che le ricerche su animali beneficino gli esseri umani?

    È quasi impossibile fare affidamento sulla maggior parte degli studi condotti su animali e riuscire a prevedere, in questo modo, i risultati che si avranno sull’essere umano.

    Questo aspetto è stato messo in evidenza perfettamente nell’articolo (di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza qualche mese fa) pubblicato nel 2013 su PNAS ( Proceedings of the National Academy of Sciences) dal titolo “Crolla il valore scientifico del topo”.

    Questo studio ha evidenziato, senza ombra di dubbio, come il topo, così come qualsiasi altro animale, attiva o silenzia geni diversi, in risposta ad un preciso stato infiammatorio, e in risposta ad uno stato patologico e, nello studio in questione, si trattava di sepsi, traumi e ustioni. La maniera diversa di comportamento tra topo e uomo, e il fatto che si mettano in funzione meccanismi di attivazione e inattivazione di geni diversi è indubbiamente legato alla diversità di specie di appartenenza. L’interazione del DNA con l’ambiente, provoca conseguenze diverse fra specie diverse, molto spesso anche nell’ambito di una stessa specie per razze diverse e questo è frutto di un meccanismo evolutivo/adattativo sviluppatosi nei secoli, figuriamoci estrapolare dati da una specie per far riferimento a specie diverse!

    Ritornando alla dottoressa Pandora Pound e colleghi a conclusione dello studio del 2014 affermano: «Se la ricerca condotta sugli animali continua a non essere in grado di prevedere gli effetti negli esseri umani, il continuo consenso pubblico e il finanziamento alla ricerca preclinica su animali sembrano fuori luogo».

    Sarebbe molto meglio che i fondi per la ricerca, piuttosto che alla ricerca di base, condotta su animali, fossero indirizzati alla ricerca clinica, condotta sull’uomo, con un maggior ritorno di investimenti e di efficacia sulla cura del paziente. Nonché l’incentivazione di metodiche precliniche che fa uso di tecniche innovative, validate e che non utilizza animali. A questo bisogna aggiungere che oramai è tempo di soppiantare un modello di approccio alla salute e alla malattia che si è dimostrato fallimentare, perché basato solo su farmaci e terapie medico-chirurgiche. Diventa imperativo affrontare il problema delle malattie croniche, che oggi ha oramai assunto un andamento pandemico, nel solo modo possibile e unico rimedio veramente efficace: la Prevenzione Primaria.

    A conclusione le parole di un grande uomo che io considero un vero Maestro, tratte dal suo libro “Cancro: un male evitabile. Come combattere una strage inutile”, mi riferisco al professor Gianni Tamino, autorevole esperto nel campo dell’antivivisezionismo scientifico, componente del Comitato scientifico nazionale di ISDE (International Society of Doctors for the Environment): «Comunque in una società sostenibile la priorità dell’intervento deve essere rivolta alla prevenzione delle cause delle malattie, agendo sulle alterazioni dell’ambiente di vita e potenziando le difese dell’organismo. Tuttavia ciò non impedirà totalmente il sorgere delle malattie, che comunque dovranno essere curate, agendo soprattutto sulle cause, senza provocare nuove alterazioni nella salute del paziente e, soprattutto, senza considerare solo la malattia, ignorando il malato, come avviene in conseguenza della logica vivisettoria. In questo caso ci troveremo di fronte al rischio di trasformare un soggetto vivente, anche se malato, in un oggetto di studio, facilmente trasformabile in un oggetto morto, anche se tenuto artificialmente in vita».

    Dott. Maria Concetta Digiacomo
    Presidente O.S.A. - Oltre la Sperimentazione Animale
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