Di Filippo Portoghese, avvocato, portavoce di Animal Law

Il 16 ottobre 2018 rimarrà una data importante per la strada che conduce alla libertà degli animali, in questo caso quelli da reddito. Un appuntamento con la storia che segue quello che si è celebrato il 25 settembre a Bruxelles, avanti il Parlamento Europeo.

Questa mattina a Roma, presso la Camera dei Deputati, presente il Ministro della Salute Giulia Grillo, è stata (ri)lanciata la campagna europea per chiedere la fine dell’uso delle gabbie all’interno degli allevamenti.

Tralasciando i tecnicismi giuridico-normativi di questa formula di iniziativa legislativa (che richiede almeno un milione di firme perché possa eventualmente trasformarsi in proposta di legge) è indubbio che si tratta di un passo importante verso un obiettivo che pare ancora impossibile da realizzare.

Non per Annamaria Pisapia, direttrice di CWF Italia Onlus e soprattutto membro del comitato di cittadini promotore della iniziativa cittadini europea) e non per Eleonora Evi, eurodeputata M5S, che hanno fortemente voluto che stamane il Ministro della Salute desse ufficialmente il via all’operazione END THE CAGE AGE.

Non vi è dubbio che talune modalità di trattamento all’interno degli allevamenti incomincino ad apparire alla gente comune troppo estreme. L’iniziativa che oggi celebriamo — quale seguito di quanto già celebrato innanzi al Parlamento Europeo — lo conferma.

Eppure è legale detenere galline all’interno di gabbie di filo di ferro, purché vi siano almeno 750 cm2 per ciascun esemplare e vengano inseriti una serie di “arricchimenti ambientali” più o meno dettagliatamente definiti dalla normativa di protezione; è altresì legale che le scrofe siano tenute in gabbia, anche se solo per periodi limitati… peccato però che sviluppando i dati forniti dagli stessi allevatori, i periodi limitati sono 134 giorni l’anno. Questo solo per fare due esempi.

È davvero possibile far sì che gli animali negli allevamenti possano vivere — e non sopravvivere — in condizioni realmente “umane?

Oggi — ed è forse questa la novità — la domanda non viene avanzata (solo) da animalisti, vegani vegetariani ma anche da persone che consumano carne. Una parte crescente della popolazione chiede che venga garantito il benessere degli animali d’allevamento. Forse un ossimoro, ma tanto è. La grande distribuzione ha preso questa direzione. Forse un ossimoro, ma tanto è. La grande distribuzione ha preso questa direzione.

Non vi è dubbio alcuno che le condizioni di allevamento industriale non rispecchino l’esigenza di garantire il miglior benessere animale possibile e sono visibilmente sbilanciate a favore delle esigenze della produzione: più prodotti animali a minore costo.

Le gabbie non assicurano alcun rispetto delle esigenze etologiche degli animali. Siamo ben lontani dalla definizione più evoluta di benessere, secondo cui l’animale dovrebbe essere posto in condizione di vivere “una vita degna di essere vissuta” ma è chiaro che siamo anche lontani dalla definizione più mitigata di benessere, inteso come possibilità dell’animale di vivere in un ambiente ricco di stimoli e interazioni, nel quale esprimere compiutamente le proprie necessità etologiche.

Permettetemi una provocazione: la normativa di protezione sembra quindi una foglia di fico per tacitare la coscienza e assicurare il benessere… degli allevatori. Ma la coscienza collettiva forse si evolve più della legge. Auspicio di noi giuristi è che possa finalmente avviarsi un percorso per il progresso normativo.

Una rivoluzione che si muove con il meccanismo della palla di neve. All’inizio sembra che non si muova nulla ma poi improvvisamente viene giù tutta la montagna perché viene raggiunta la massa critica e non si può più tornare indietro.

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